Martedì, 20 Gennaio 2015 12:43

I Normanni nell’Alto Bradano e la fondazione del Castrum Magnum di Oppido Lucano

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Nella conoscenza del territorio di Oppido vi è un vuoto che va dalla decadenza delle ville romane alla fondazione del castello sullo sprone che guarda la pianura e spazia con l’occhio fino alle Murge. Il vuoto è lungo sei o settecento anni nei quali sono successi avvenimenti di vario genere dei quali non sussistono documenti di nessun tipo. L’alto medioevo sembra aver cancellato la zona dalla storia.Tra i cippi funerari di Annio Nocerino e Valerio Secondo  del periodo imperiale della Ville Rustiche e la Cronica di Ovadiah  dell’XI sec. d. C. corrono circa otto secoli di silenzio. Cosa succede in questo periodo nel territorio di Oppido solo un qualche fortunato ritrovamento di una pietra tombale, di una citazione pergamenacea o qualcosa di simile potrà dircelo. Certo la vita continuò e  il territorio non fu abbandonato se si hanno testimonianza dell’esistenza di chiese sparse. Una di queste, la chiesa di Santa Maria de Marcillano in territorio Oppidi fu donata  nel X sec.da Guglielmo, figlio di Falberto Pererio alla Trinità di Venosa, l’abbazia di Banzi possedeva il tenimentum ubi est ecclesia Sancti Angeli de Pavone. Localizzare con esattezza queste chiese non è facile, non  essendoci di esse alcun rudere: i documenti ci dicono solamente in terra Oppidi. Diversamente può dirsi della chiesa di San Gilio o Igino che dir si voglia, potendo noi oggi indicare una contrada con tale nome non solo, ma potendo ammirare i ruderi della villa romana in situ, la quale continuò ad essere abitata ed in un locale della stessa fu senza dubbio consacrata una chiesa, che ha dato nome alla contrada. Questo avveniva nel periodo longobardo, quando il territorio di Oppido era stretto tra la fortificatissima Acerenza, roccaforte dei longobardi, citata anche da Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum, ed il castello di Tolve. Le ville rustiche romane, poste in pianura erano facile preda delle incursioni dei saraceni  e del diffondersi della malaria che infestava la valle del fiume Bradano. La gente incominciò a rifugiarsi sulle alture e nei centri facilmente difendibili e lontani dalla malaria. La pianura, ,  Il Chronicon Vulturnense dice che la pianura bestiis et avibus latibula prebens, hominibus omnino vacabat. (offrendo tane e nidi alle bestie e agli uccelli, era priva completamente di uomini). I documenti non citano Oppido come luogo di rifugio degli abitanti della pianura, ma Acerenza, Pietragalla, Tolve, Tricarico e Genzano. E’ uno strano destino quello di Oppido, uno dei loca munita lucanorum, quello di non vedersi mai messo accanto ai luoghi che lo circondano nelle citazioni. Orazio cita Acerenza, Banzi, Forenza, ma non l’abitato che ha dato all’archeologia la più grande necropoli della zona ed ha dato il nome ad un vaso tipico di Oppido, dove veniva prodotto.

 Ma noi, per il fatto che i Normanni edificarono un castello a Oppido chiamandolo con il nome preesistente del luogo, possiamo senz’altro ipotizzare che anche Oppido fu un luogo di richiamo degli abitanti della pianura. La gente cioè che dal monte dell’insediamento preromano era sceso a valle per popolare le ville rustiche e sfruttare i  fertili terreni della pianura, così dalla valle risalì sulla collina per difendersi dalle incursioni saracene e dalla malaria. Quei campi produttivi che erano stati fonte di ricchezze per Annio Nucerino e Valerio Secondo, dei quali abbiamo il cippo funerario, ritornarono ad essere incolti, a rivestirsi di boscaglia ed a offrire rifugio agli animali. 

L’autore del Chronicon Vulturnense descrive in questo modo la situazione della zona alla quale appartiene Oppido nel periodo precedente alla venuta dei Normanni: In quel periodo erano abbastanza rari i castelli in queste regioni, disseminate di ville e chiese. Né vi era paura o timore di guerre poiché tutti godevano di pace grandissima fino all’avvento dei Saraceni. Quando i saccheggi e le persecuzioni di questi ebbero fine, quelli che erano riusciti a salvarsi ed erano riusciti a recuperare i loro beni, ne ottennero il possesso col favore e ad arbitrio del re, fino all’avvento dei Normanni in Italia. I quali, appropriandosi di ogni cosa, iniziarono a costruire castelli dove eerano ville, ai quali assegnarono nomi prendendoli da del luogo. E con ciò che riuscirono ad ottenere, agendo come se non ci fosse né re né leggi, si dichiararono padroni anzi dominatori delle stesse chiese, devolvendo ai signori a mala pena ogni anno il censo a loro arbitrio; e questo lo facevano anche malvolentieri”.

I secoli immediatamente seguenti la caduta dell’impero romano videro un periodo di tranquillità e di benessere. La Lucania era piena di estesi latifondi di proprietà di nobili  aristocratici romani che trascorrevano nelle loro ville periodo di riposo in tutta sicurezza, perché lontana dalle grandi vie di comunicazione quali la via Appia o la via Popilia. Diversamente accadeva agli invasori saraceni, i quali venendo dal mare percorrevano le valli dei fiumi, costringendo così gli abitanti delle valli a ritirarsi sui monti ove potevano più facilmente difendersi.

Nel 1001 si mise termine ad una contesa fra Tricarico e Acerenza, le due sedi vescovili della zona, sui confini del loro territorio. Il documento che riporta questa notizia cita Tolve ma non Oppido, forse perché  la chiesa di Tulba era cattedrale e quindi sede vescovile, mentre Oppido no.

                   Negli anni 1039 – 1040 le città sottomesse al malgoverno e alle pressioni del dominio bizantino si ribellano al potere centrale. Insorgono e cadono ad una ad una nelle mani dei Bizantini città come Bari, Matera, Bitonto, Ascoli. La rivolta viene sedata dal catepano Michele Duciano, il quale porta a termine una feroce vendetta facendo strage di quanti si oppongono al governo Bizantino.

In questo periodo la città di Melfi è amministrata col titolo di topoterites da Arduino, il quale critico nei confronti del malgoverno bizantino istiga i melfitani alla rivolta. Arduino nella zona del Vulture-AltoBradano è solo nella lotta allo strapotere bizantino, in quanto Venosa è saldamente presidiata dai bizantini e il Vescovo di Acerenza si è apertamente schierato contro i ribelli. Perché la rivolta non fallisca occorrono uomini capaci di affrontare in campo aperto i bizantini. Arduino conosce il valore e la capacità dei mercenari normanni che sono stati con lui in Sicilia e di costoro intende ora avvalersi.

       Le cronache che registrano la venuta dei Normanni nell’Italia meridionale riferiscono che essi in un primo tempo appaiono come avventurieri che ora combattono alle dipendenze dei Greco-bizantini contro i Mussulmani (Amato, II, 8-9), ora giurano di abbandonare i Greci che li avrebbero maltrattati ( Amato, II, 14). La realtà è che all’inizio delle loro imprese, i Normanni sono dei pii pellegrini che vanno al Santuario di San Michele sul Gargano e che spesso si trasformano in ribaldi briganti per le indifese popolazioni di cui attraversano i territori, o prestano le loro armi a chi meglio li paghi.

Amato di Montecassino ci informa nella sua Historia Normannorum della rivolta di Melfi contro i bizantini e dell’arrivo dei Normanni in Lucania chiamati da Arduino.

   Nel febbraio del 1041 Arduino si reca ad Aversa per chiedere aiuto al conte normanno Rainulfo dicendo che egli non era in grado di difendere il suo piccolo stato. Chiede la protezione del Normanno facendogli intravedere la possibilità di ottenere nuove terre qualora egli decida di accoglierlo come vassallo ed alleato contro i bizantini. Rainulfo accetta e manda a presidiare Melfi 300 soldati mercenari normanni e 12 cavalieri, fra i quali Aschettino, Guglielmo Braccio di ferro, Drogone, Ulfredo, Rodolfo….

I 12 cavalieri assicurano ad Arduino la signoria di Melfi e con lui divideranno in parti uguali  i territori che toglieranno ai bizantini.  Tutti devono riconoscersi vassalli di Rainulfo. I Normanni una volta giunti a Melfi, non rimangono inattivi, ma subito, il giorno dopo del loro arrivo, dice Amato, si dirigono su Venosa, devastano e saccheggiano la città, lasciando i Venosini nel terrore e nell’angoscia. Cosi i Normanni in poco tempo conquistano Venosa, Lavello, Ascoli col pretesto di difendere la città di Melfi e di liberare le terre vicine dalla signoria bizantina. Il 17 maggio 1041 nei pressi di Venosa il catapano Michele Duciano affronta i Normanni in campo aperto: viene sconfitto. “ Tutti furono uccisi, dice il cronista e il catapano fuggì con tutti i superstiti”.

I saccheggi operati dai Normanni a Venosa e a Lavello destarono vivissima impressione e sgomento in tutti i paesi e abitati della valle del Bradano. Molti venosini superstiti si rifugiarono ad Acerenza e qui raccontarono cose terribili: “ I Normanni, dicevano, sono peggiori dei Greci e più crudeli dei Saraceni, sono avidi predoni che portano ovunque morte e distruzione”. Il Catapano, la città di Montepeloso, Stefano, vescovo di Acerenza, Angelo di Troia organizzano la resistenza agli invasori e Apud Montem Maiorem, dice il cronista, Duciano e i Bizantini sono nuovamente battuti. Muore il vescovo Stefano di Acerenza, che aveva sempre lottato per l’autonomia cittadina, ma Acerenza non cade in mano ai Normanni, mentre cadono altri abitati posti sulla sinistra del Bradano.

Corre l’anno 1041, il 4 maggio da Venosa i Normanni si spingono sempre più nella valle del Bradano e pongono un loro avamposto in un vecchio monastero che monaci di rito greco avevano costruito a Monteserico. Il 3 settembre del 1041 si consuma un’ altra sconfitta dei Bizantini, che difendono Montepeloso, città che cade nelle mani dei Normanni, i quali avevan già conquistato molte terre. Si rendeva perciò necessario che a questo punto i cavalieri normanni cominciassero a dividere fra loro i territori conquistati e a consolidarli con la costruzione di castelli. Il territorio di Oppido che da tempo non godeva più dell’antica floridezza dei primi secoli dell’era volgare, quando era disseminato di ville rustiche, venne assegnato ad Aschettino, che ebbe il titolo comitale di Acerenza, città che ancora resisteva ai Normanni. Il conte Asclettino prende sede a Genzano, ma occorre insediarsi anche ad Acerenza e tenere saldamente in pugno tutto il territorio, per dominare il quale è necessario fortificarlo con la costruzione di Castelli. Viene spontaneo chiedersi perché Aschettino prende sede a Genzano pur avendo avuto il territorio di Oppido. Esisteva ad Oppido un abitato, e se si, mancava una sede consona perché il nuovo padrone potesse abitarvi. Nell’XI sec. certamente esisteva un incolato, se nel 1080 Guglielmo, figlio di Falberto Parerio, dona alla Trinità di Venosa la chiesa di Santa Maria de Mercillano in territorio Oppidi. ( Cartulario del Vulture, p. 9 ). Si rendeva necessario la costruzione di un castello sia per dare una sede degna al nuovo signore che per porre un baluardo contro la roccaforte di Acerenza, ancora longobarda.  Pertanto la costruzione del castello di Oppido si inserisce in questo contesto di febbrile rafforzamento dei territori e località conquistati. I Normanni rimangono così padroni della valle del Bradano, iniziano a costruire castelli dov’erano ville, ai quali assegnano nomi prendendoli da quelli del luogo, agiscono come se non ci fosse né re né leggi, si dichiarano padroni, anzi dominatori delle stesse chiese. ( Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni, a cura di V. Federici, in FSI, Roma 1925. vol. I p. 231).

L’agro di Oppido, quando giungono i Normanni, era molto lontano dal godere della floridezza dei primi secoli dell’era volgare, quando numerose ville rustiche rendevano il territorio popolato e ricco. Allo spopolamento avevano contribuito la malaria della valle del Bradano e le incursioni dei saraceni.

     Dopo il 1041 i Normanni sono padroni delle città poste sulla riva sinistra del fiume Bradano ( Venosa, Genzano, Monteserico, Acerenza); i territori posti sulla destra, tra i quali quello di Oppido, vengono assegnati  ad Asclittino col titolo comitale di Acerenza, che prende sede a Genzano, essendo gli Acheruntini ostili ai nuovi padroni. Per dominare il territorio è necessario fortificarlo con la costruzione di castelli. Si rende necessario così costruire un castello a Oppido, a breve distanza dall’antico insediamento del Montrone ove si è ipotizzata la posizione di Opinum lucana sullo sprone fra due rivoli che si uniscono a Pozzella e che guarda la Puglia. La costruzione del castello avviene in un abitato già esistente  se Guglielmo, figlio di Falberto Parerio nel 1080 dona alla Trinità di Venosa la chiesa di Santa Maria de Marcillano in territorio Oppidi. ( Cartulario della Basilicata del Pedio). L’abbazia di Banzi possedeva il tenimentum ubi est ecclesia Sancti Angeli de Pavone, la cui descrizione si trova in un documento del 1063. ( D. Pannelli, Delle memorie bantine, ms. Biblioteca Nazionale, Napoli), di altre chiese del periodo longobardo rimane solo il nome alla località.

La costruzione di un castello a Oppido aveva un duplice scopo:

  1. presidiare le vie di comunicazione tra il melfese e l’interno della Basilicata:
  2. sfruttare il territorio per esigenze alimentari e difenderlo da scorribande di nemici vicini e lontani.

Il castello di Oppido è in linea con Venosa, Forenza, Acerenza, Tolve, Tricarico, linea che forma una barriera difensiva verso la Puglia e contro i Bizantini, che dominavano a sud di questa linea. Ma Acerenza si mostrava ancora restia ad accettare la signoria normanna: i  dodici cavalieri venuti in aiuto di Melfi contro i Bizantini non ancora erano tutti provvisti di una signoria.

       Purtroppo mancano i documenti per stabilire con esattezza la data di costruzione del castello. Si può supporre però con molta vicinanza al vero che il castello sia stato costruito tra la resa di Montepeloso del 1041 e quella di Acerenza del 1061, più esattamente tra il 1047 e il 1051, durante la lotta tra il conte di Acerenza figlio di Asclittino e Drogone, uno dei figli di Trancredi di Altavilla, non ancora signore di Oppido, ma interessato alla conquista. Negli anni 1047 – 1051 infatti il territorio di Oppido era in mano al conte di Acerenza, Riccardo Quarel, figlio di Aschittino. Riccardo venne in lotta con Drogone, figlio di Tancredi di Altravilla. I due si lottano, ma non sappiamo né dove né come avviene lo scontro. Amato nella sua Cronaca ci dice che la meglio è di Drogone, che fa prigioniero Riccardo, il quale viene liberato in seguito a lauti compensi, fra cui Acerenza, Genzano e Oppido. Così Drogone e i suoi figli rimangono padroni di Oppido. In mancanza di documenti, ogni ipotesi può essere valida, perciò si può azzardare l’ipotesi che il castello di Oppido possa essere stato costruito anche come roccaforte contro Acerenza la quale mal sopportava i Normanni.

I ruderi del Castrum Magnum che rimangono oggi sono ben misera cosa rispetto a quello che fu un tempo. Una descrizione del Castello è fatta nel 1728 dal Tavolario del Regno don Pietro Vinaccia. Leggendo tale descrizione si può avere un’idea di cosa fosse il Castello normanno di Oppido, il quale aveva nelle sue mura anche la grande chiesa di cui parla Abdia. I Normanni infatti concepivano il Castello non come semplice avamposto di difesa, ma come centro propulsore di vita e luogo idoneo anche ad accogliere la popolazione in caso di pericolo. Era sempre dotato di una chiesa in armonia con la mole del castello. Chiesa, castello e edifici di servizio erano circondati da mura. Si può vedere questo anche a Oppidi se si legge bene l’impianto medievale dalla parte alta dell’abitato. Si possono infatti individuare due cerchie di mura, una esterna ed una interna. L’esterna proteggeva tutto il borgo e coincideva con la parte superiora dell’interna; aveva due porte: Porta Suso e Porta Iuso, cioè di sopra e di sotto. La parte inferiore della cerchia interna aveva due porte di comunicazione col borgo attraverso gli archi ancora oggi esistenti in Via Cervellino, sotto Palazzo Lancellotti e in Via Campanile, costituita da un bell’arco a sesto acuto. Il Castello aveva una porta d’uscita all’esterno costituita da quella che oggi porta il nome di Portella, sita in Vico III Cervellino. La porta, pedonale, serviva esclusivamente il Castello.

Il primo documento certo, dovuto a dei fogli papiracei, fatti conoscere agli oppidani nel Convegno del 1970, scritto in ebraico e tradotto in italiano da padre Angelo Lancellotti, è la cronaca di Giuan Obadiah che risale al 1101. Giuan era il figli secondogenito del conte del castrum Oppidi e come tale doveva abbracciare la vita ecclesiastica. Egli l’abbracciò, ma una visione lo fece convertire alla fede ebraica ed emigrò in oriente, prima al Cairo, poi a Gerusalemme. Qui scrisse la Cronaca della sua vita nella quale dice di essere nato a Oppido e per spiegare agli ebrei ove si trovasse Oppido così scrive: “ Ed ecco i nomi delle città che sono intorno a Opide, il luogo di nascita di Johannes, figlio di Drochus. Ad ovest: la città di Roma e la città di Salernum e la città di Potens e il paese di Petragali e il paese di Ans. A oriente: la città di Bari e la città di Monteplus e il paese di Censan e il paese di an… A nord: la città di Agerans e il fiuime di nome Bradanu fra Opide e Agerans. E a sud: la città di Tolv e la zona dei rivoli del Varco, e Opide in mezzo a loro.

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