Lunedì, 04 Novembre 2019 07:33

Primum vivere. E il morire?

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Una cultura feticistica della vita punta a sovvertire l’immagine dell’uomo come definita dal limite, dalla morte. Con buona pace della nostra complessa tradizione che, sia per i cristiani sia per i laici, ha sempre visto nel “morire bene” la degna chiusura dell’esistenza.

articolo di Luciano Manicardi apparso sul Vita e Pensiero nr 52

Ciò che oggi fa problema è il morire, il processo che conduce una persona alla morte, più ancora che la morte stessa. Oggi l’ideale della “bella morte” riveste la forma della morte repentina, improvvisa e incosciente, di cui “non ci si rende nemmeno conto”, in cui non solo non si soffre fisicamente, ma non si patisce nemmeno la fatica del pensare, dell’anticipare la propria morte, del veder arrivare la propria fine, e non si soffre il movimento del morire. La “bella morte” è oggi una morte senza il morire. Ed è sul morire che si scatenano le battaglie ideologiche tra chi, in nome di un radicalismo individualista, invoca il diritto di morire come, quando e dove si vuole, e chi difende la vita in maniera oltranzista, senza se e senza ma, sempre e in ogni caso.

In particolare, oggi si assiste al delinearsi di due atteggiamenti culturali nei confronti del morire che si possono riassumere in due modelli in tensione tra di loro. Un modello di controllo e un modello di cura. Potremmo anche parlare di un modello di dominio e di un modello di responsabilità. Ormai da diversi anni si è sviluppato un approccio ispirato al modello della cura, visibile nel diffondersi delle cure palliative, nel sorgere degli Hospice, nello sviluppo dell’arte dell’accompagnamento dei morenti, nel tentativo di “umanizzare” il morire restituendogli quella qualità relazionale che rende più sopportabile quel momento decisivo e critico del vivere. Accanto a questo modello si è anche venuto sviluppando, dal lato del modello del controllo, quell’ideologia transumanista che ritiene che i limiti debbano essere sistematicamente superati. A un umanesimo tradizionale che si è sempre messo alla scuola dei limiti ritenendoli costitutivi della condizione umana ed essenziali per fondare un’antropologia corretta, succede ora il transumanesimo che propugna una cultura di radicale erosione dei limiti, fino a rendere la morte non più il limite ineliminabile dell’esistenza umana. In particolare, questa ideologia prende forma, per ciò che riguarda il morire, nella cosiddetta postmortalità. La postmortalità è caratterizzata dalla volontà di vivere senza invecchiare, di vincere la morte con la tecnica, di prolungare indefinitamente la vita. Far indietreggiare la morte, intervenire sulle sue cause, modificarne le frontiere, controllare l’insieme dei suoi parametri, comprendere il suo processo per prolungare il più possibile la vita, spingere sempre oltre i limiti della longevità umana: questo persegue la società postmortale. Ovviamente, questo atteggiamento, mentre cerca di tutelare la vita, di “curare” la vecchiaia e di ritardare la morte, è condotto forzatamente, dalla stessa logica di controllo che lo muove, ad amministrare la morte: dominare la morte significa, infatti, anche possibilità di somministrarla.

Un simile contesto, e un siffatto problema, pone in questione anche i comportamenti dei cristiani. Credo che sia importante, per i cristiani, fuggire la tentazione di rendere la vita, nel suo aspetto puramente biologico, un feticcio. Il programma perseguito dalla società postmortale, ovvero, “la vita per se stessa”, fa parte di quella ambigua cultura della vita promossa dalla società postmortale. Che a volte sembra sovrapporsi e assomigliare stranamente alla feticizzazione della vita nella sua dimensione biologica che abita certi ambienti e atteggiamenti cristiani. Il concetto di vita, in una visione cristiana, viene assorbito e superato in quello di persona, e nella qualità relazionale della persona stessa. Una relazione che trova nell’amore la sua più alta qualità. E già la Scrittura ricorda che “il tuo amore (o Dio), vale più della vita” (Salmo 63,4). Occorre poi accettare che la morte da tempo ha perso la sua naturalità. Se resta vero l’agostiniano incerta omnia, sola mors certa (tutto è incerto, la morte è l’unica certezza) e i cristiani, che professano non l’immortalità, ma la resurrezione dei morti, accolgono come limite vitale la morte stessa, è pur vero che ormai l’evoluzione della medicina e le tecnoscienze applicate all’ambito biomedico, agiscono con potenza intervenendo sul corpo umano decidendo il se, il come e il quando del morire o del proseguire una vita ridotta a stato vegetativo. Questo implica che anche il cristiano deve assumersi la responsabilità di una “certa” gestione del morire. Per non essere in balia di personale tecnico abdicando così alla sua libertà e alla sua coscienza, alla sua volontà di una morte il più possibile degna e umana, davanti a Dio e accanto alle persone care. E in obbedienza a un percorso di fede che si gioca nell’intimo della sua coscienza e nel profondo del suo cuore.

Luciano Manicardi

Luciano Manicardi è priore della comunità di Bose. La sua riflessione, attenta all’intrecciarsi dei dati biblici con le acquisizioni più recenti dell’antropologia, riesce a far emergere dalla Scrittura lo spessore esistenziale e la sapienza di vita di cui è portatrice.
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